Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo,

sabato mattina a Parigi, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, in un sabato, in un giorno di Shabbat, la grande sinagoga di Parigi era chiusa. Questa notizia – in una certa chiave, la più drammatica di quelle dei tre giorni, alla luce di quel paragone di tipo fotografico suggerito da una bella immagine delle comunicazioni del Ministro – è forse quella che meglio racchiude il dramma che hanno vissuto l’Italia, l’Europa, l’Occidente in questi giorni.

Devo rendere onore a un quotidiano italiano, che non è tra le mie letture abituali: l’«Avvenire». L’«Avvenire» quel giorno è stato di gran lunga, giornalisticamente almeno, il miglior giornale italiano. L’editoriale era affidato a un’intellettuale ebrea, Anna Foa: «Il terrore a Parigi: chi tace è perduto». Nelle pagine 2 e 3 su l’«Avvenire» vi era un bellissimo botta e risposta tra il direttore Tarquinio e un sacerdote, padre Giuseppe Serighelli, passionista di Lourdes. Il titolo era: «Io sono Charlie eppure non lo sono». Credo che quel giorno quel giornale abbia onorato lo spirito di cronaca e il senso della storia di quello che accadeva.

Perché voglio partire da Parigi? Perché, signor Ministro, noi non possiamo ignorarlo, se parliamo a titolo d’Europa. Alla fine del 2014 vi è un dato che fa ancora più male di quella sinagoga chiusa di sabato, di quella drammatica vicenda del venerdì, in cui a Parigi si spara e si ammazza la gente perché ebrea. Il dato è quello dei 7.000 ebrei francesi che solo nel 2014 se ne sono andati. Dopo quella americana, la comunità ebraica francese è la più grande di tutte. Vi è un dato che fa egualmente male: sono ormai più di dieci anni che non c’è ebreo che possa indossare la kippahin città, che possa indossarla in metropolitana con la garanzia di non essere insultato, quando non picchiato.

Allora, questi dati sono importanti perché, come diceva la scrittrice Anna Foa, gli ebrei sono da sempre «la punta di diamante», forse il simbolo stesso, dell’Occidente. C’è, quindi, una questione di identità.

Probabilmente facemmo male, anzi malissimo, noi europei (e fummo ipocriti e tiepidi noi italiani) quando in quella Convenzione per una costituente europea (mi riferisco a più di dieci anni fa) ci rifiutammo di inserire le radici ebraico-cristiane. Che cosa vuol dire, dal punto di vista identitario? Che rivendicando le radici ebraico-cristiane avremmo onorato, non estirpato, quelle radici dell’Illuminismo che entravano, invece, in quel documento.

Allora, di fronte a questi fatti e a questa condizione delle cose, è spontaneo il timore di non suscitare islamofobie; d’accordissimo, però attenzione: non può diventare un luogo comune e un mantra. Come se il timore di non suscitare islamofobie fosse la priorità primaria di una politica che ancora dobbiamo definire; come se fosse una sorta di petizione di principio e come se la nostra identità andasse definita in negativo, al rovescio. C’è chi dice no all’islam e allora dall’altra parte si dice no all’islamofobia: queste sono sciocchezze, banalità, che non rispettano la drammatica ricostruzione di quelle tre giornate.

L’identità. Ma qual è la nostra identità? Noi dobbiamo cercare di definire, di approfondire, di migliorare la definizione della nostra identità per trovare una giusta determinazione. Allora, anche in questo caso vengo a l’«Avvenire» (Io sono Charlie, eppure non lo sono), e a una bellissima dichiarazione del giorno prima, quando la figlia di Wolinski, una giovane signora, orfana, ha detto: «In quella scrivania lavorava mio padre, non Wolinski». Allora, vedete, in questo sentimento umano della figlia, anche io sono Charlie. Diverso è se ci mettiamo la scusa dello spirito del sessantottismo. È irrilevante ma personalmente ne sono stato sempre estraneo: ho tutto il diritto di rivendicare di avere avuto vent’anni nel Sessantotto e di non essere stato sensibile al sessantottismo; quindi non accetto che sia il sessantottismo il muro di sensibilità ad una vicenda della libertà di espressione, della libertà di stampa, che comprende certamente la satira, ma che allora deve andare molto più indietro, al giornalismo del Settecento inglese, alla campagna de gravure della Francia del 1814.

Un senatore di grande prestigio, Francesco Cossiga, citava sempre come esempio di cattolicesimo liberale il cardinale Newman, e Cossiga, al quale piaceva l’espressione «io non sono un cattolico adulto, sono un cattolico penitente e ad un tempo un liberale impenitente», del cardinale Newman amava ricordare quando questi si era rivolto ai suoi fedeli dicendo: «Esca da questa chiesa e da questa comunità di fedeli chi non consente a se stesso e agli altri di ridere e di sorridere del proprio credo religioso». Ecco perché la blasfemia merita talvolta disgusto, e però non è un reato, e soprattutto in questo senso non può essere un’identità.

Allora, signor Ministro, la parte più convincente alla sua esposizione è stata quando lei ha ricordato il fondamentale discorso del generale al Sisi, ma è un discorso del 1° gennaio, signor Ministro, e nella comunità occidentale, nelle rassegne stampa dei giornali, noi del discorso di al Sisi abbiamo ignorato, censurato e sminuito tutto: ci voleva uno scoop giornalistico, guarda caso, da Gerusalemme (Maurizio Molinari su «La Stampa»), poi gladiatoriamente ripreso da Sergio Romano giovedì mattina e da Giuliano Ferrara la sera, nel match con Santoro.

Secondo al Sisi il fanatismo islamico è figlio di un pensiero dominante divenuto, con il passare del tempo, codice: la sharia. Toccherebbe, quindi – lo ha riassunto molto bene proprio il ministro Gentiloni a beneficio nostro in quest’Aula – agli imam e agli ulema smantellare e promuovere una rivoluzione religiosa che impedisca di considerare le antiche scritture testi immutabili da potersi leggere alla lettera.

Sono parole, quelle di al-Sisi, che sono vicinissime allo spirito e non solo, anche al dettato lessicale del discorso di Ratzinger a Ratisbona e sono lontanissime da quello sceicco Tantawi, da quell’antisemita in servizio permanente effettivo, rettore dell’Università Al-Azhar, al cui fianco molto inopportunamente il presidente Obama, nel 2009, fece il discorso di apertura all’Iran al Cairo, e ovviamente lontanissime anche dalle banalità ipocritamente miscelate tra vari giornali occidentali dell’antisionista Tariq Ramadan.

C’è un’angoscia e qual è? Che la ragione della censura, del silenziamento o dell’autocensura al generale al-Sisi sia dipesa non tanto dal fatto che richiamava in campo Ratzinger, quanto dal fatto che il generale al-Sisi aveva smantellato la Fratellanza Musulmana e detto ai suoi concittadini quello che si doveva dire sul suo predecessore, il generale Morsi.

Per concludere, se l’Occidente avesse paura, avesse timidezza o incertezza nel cercare quella via di mezzo, quella via politica tra la determinazione a non abdicare e la complessità della propria identità, questo non sarebbe grave, sarebbe comprensibile e, forse, persino necessario.

Diverso sarebbe se invece l’Europa cedesse oggi come non cedette alla fine degli anni Settanta, quando il riarmo missilistico del totalitarismo sovietico sembrava che ci avrebbe schiacciato nella viltà dei sabati del nazionalpacifismo tedesco. Allora l’Europa seppe reagire ed io ricordo, in tempi in cui si ricorda tanto il romanzo di Houellebecq che non ho ancora letto (ma sarà certamente un bellissimo libro), un libro ancora più bello che scrisse Raymond Aron, intitolato «Plaidoyer pour l’Europe décadente».

Dopo di allora, venne il riarmo missilistico e l’Europa, guidata dal cancelliere Schmidt, seppe ritrovare quel giusto legame di civiltà occidentale con l’alleato americano.

Non può accadere diversamente di fronte all’odiosa sfida degli ultimi tre giorni a Parigi.

Luigi Compagna

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