In Israele l’annata 2014 di vino non ci sarà. Il motivo non è il conflitto di Gaza, ma una legge della Torah che blocca tutte le attività in vigna. Abbiamo sentito gli italiani specializzati in kasher per capire quali spazi ci sono e se oggi conviene cimentarsi con questo tipo di prodotto.

Shmitah, ovvero l’anno sabbatico delle viti israeliane, inizierà il prossimo 25 settembre 2014 e terminerà 13 settembre 2015. In questo lasso di tempo, essendo il settimo anno del ciclo agricolo di sette anni previsto dalla Torah, il vigneto verrà messo a riposo, non potrà essere potato e l’uva non potrà essere raccolta. La prescrizione ha valore in Israele mentre non tocca chi, in Italia, Francia o in altri Paesi, si cimenta con il vino kasher. Agli ebrei è consentito bere il vino a condizione che sia kasher (cioè adatto, permesso, idoneo) indipendentemente dalla sua origine geografica. Il vino impiegato nelle varie celebrazioni e festività, deve subire un controllo molto attento che non riguarda solo le sue caratteristiche organolettiche, ma tutto il percorso dal vigneto alla bottiglia. L’intera fase deve essere seguita da ebrei praticanti, rispettosi del Sabbat, e certificata da un Rabbino che garantisce l’osservazione della kasherut cioè delle varie regole rituali. Alla luce di tutto ciò, la conseguente penuria di vino kasher, provocata da Shmitah, potrebbe innescare un aumento della domanda cioè diventare un’opportunità, seppur di nicchia, per le aziende che hanno l’intenzione o già sono impegnate in questo tipo di produzione. Non a caso la questione, durante l’ultimo congresso dell’Assoenologi, è stata presa ad esempio della necessità non solo di conoscere genericamente le normative che regolano i mercati, ma anche di approfondirne le usanze e le tradizioni locali in modo di facilitare l’obiettivo di ampliare il nostro export. Ma sarà davvero un’opportunità da tener d’occhio?

Attualmente il Governo israeliano, in considerazione di Shmitah, ha già predisposto un piano per risarcire economicamente le aziende e le cantine che rispetteranno l’anno sabbatico. Il mercato del vino in Israele ha un fatturato annuo stimato in oltre 180 milioni di dollari, di cui le importazioni costituiscono circa il 20%. Generalmente il 55% della produzione israeliana di vino viene esportata, soprattutto Francia, Regno Unito e Stati Uniti dove sono presenti forti comunità ebraiche. Tra i principali produttori di vino kasher, al di fuori di Israele, la Francia occupa un posto di primo piano. La tradizione iniziata con il baroneEdmond de Rothschild (1845-1934) si è poi allargata ai più importanti châteaux bordolesi: Mouton Rothschilde Pontet-Canet a Pauillac, Smith-Haut-Lafitte a Pessac-Léognan, Valandraud a Saint-Emilion, Giscours a Margaux, Guiraud e Coutet nel Sauternais e altri ancora. In Italia ormai da tempo diverse cantine si sono misurate con la produzione di vini kasher ma purtroppo non esistendo una rilevazione statistica è impossibile quantificare il fenomeno. Mosè Silvera, imprenditore e animatore di Supergal, società specializzata nella distribuzione di vini kasher, italiani ed esteri, conferma che “da parte di molte aziende italiane c’è stato un avvicinamento a questo tipo di produzione perché c’è la voglia di esplorare nuovi sbocchi di mercato. Per molti è un fiore all’occhiello ma è bene sapere che il mercato è limitato anche se ogni anno ci sono almeno due o tre cantine in più che offrono vini kasher”. Silvera stima siano circa una trentina, suddivise nel territorio nazionale.

Vediamo nel dettaglio chi sono i produttori italiani, qual è la loro esperienza e quali le prospettive. Stefano Cinelli Colombini, della Fattoria dei Barbi a Montalcino, ha fatto una prima esperienza nel 2011 con Il Poggialto, un Igt Toscana Rosso, ma per ora non ha replicato: “I costi di produzione sono elevati – tutte le lavorazioni con il rabbino sono molto costose- e ammortizzabili su quantità ridotte. Ho proposto, per limitare le spese, di automatizzare completamente la vinificazione evitando così dei passaggi”. Il problema dei costi di produzione è posto con forza da Pietro Ferri, direttore della Cantina Sociale di Pitigliano che produce la linea Pitigliano La piccola Gerusalemme: “Sono quasi trent’anni che produciamo vino kasher – e anche l’Olio Extravergine Kasher Le Pesach – ma le quantità di uva lavorata sono drasticamente diminuite. Il mercato estero è difficilissimo e quello domestico lo è altrettanto perché la richiesta si basa soprattutto su prezzi molto bassi. La crisi poi, ha notevolmente influito sui volumi e oggi la domanda dei curiosi è maggiore di quella degli osservanti”. Un aspetto che evidenzia anche Antonio Capaldodi Feudi San Gregorio. L’azienda irpina che si fregia per i propri prodotti (Fiano di Avellino Maryam e il Campania Igt Aglianico Rosh) della certificazione della Orthodox Union, esporta in Usa il 50% della produzione: “La distribuzione dei nostri kasher è la stessa di Feudi anche negli Usa e le e richieste, sia in Italia, sia all’estero, ci provengono anche da non ebrei. Il nostro prodotto d’altra parte è qualitativamente elevato ed è anche per questo che la curiosità si sta ampliando ad altre fasce di consumo”. Andrea Pandolfo della Cantina Sant’Andrea di Terracina con 150.000 bottiglie all’anno è uno dei maggiori produttori italiani kasher. “Abbiamo iniziato nel 1999 con 20/30 mila bottiglie ora ci siamo stabilizzati sulle 150 mila. Il nostro Moscato è una varietà molto ricercata, ma il consumo locale è fermo. Le nostre difficoltà sono dovute soprattutto all’euro forte che ci rende poco competitivi in Israele e America”. Dello stesso avviso Pierpaolo Chiasso, direttore di produzione della Falesco: “Non abbiamo avuto richieste particolari per l’anno prossimo quindi la produzione rimarrà sulle 20/22 mila bottiglie di vino kasher”. Quanto a Shmitah Mosè Silvera dice di non prevedere “incrementi della domanda di vino italiano kasher, anche perché le cantine israeliane da tempo si sono premunite per ovviare alla mancanza di prodotto, aumentando i volumi in stoccaggio”. A conferma di quanto detto sopra, c’è anche un’analisi di mercato americana – The Speciality Food Market in North America del 2012 – secondo cui solo il 15% dei consumatori kasher sono ebrei. La certificazione, infatti, da molti viene vista come un indice di genuinità. Un vissuto di mercato confermato anche da tutte le aziende italiane. Forse è lì che bisogna andare a pescare.

a cura di Andrea Gabbrielli

Dal Gambero Rosso

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