In prossimità delle campagne elettorali ci si pone sempre il dubbio di quanto sia sincera e libera la espressione elettorale del corpus dei votanti e il conseguente risultato che dovrebbe premiare il candidato che avrebbe ottenuto il consenso di gestire ed amministrare la res publica.
In effetti il tema costituisce un’affascinante questione politica dai tempi in cui Erodoto lo affronta, nel noto logos tripolitikòs, esaminando dettagliatamente quale forma di amministrazione sia preferibile per il bene dei cittadini: quella dei molti (democrazia); dei migliori (aristocrazia) o di uno solo (monarchia). Polibio e Cicerone ne paventeranno anche le possibili degenerazioni, pericolose per la salute pubblica (demagogia/oligarchia/tirannide).
A sfatare l’idea che la partecipazione al governo della cosa pubblica sia necessariamente rappresentativa ci penserà un ormai ignoto studioso: Scipio Sighele cui si deve l’origine degli studi di psicologia collettiva oggi attualizzati nelle ricerche delle società sondaggi e ricerche di mercato.
Sighele comprese, che il modello di gestione del potere stava evolvendo in uno scambio simbiotico tra leader e corpo elettorale, in cui il pensiero del singolo influenzava scambievolmente la coscienza di massa. Considerare i regimi totalitari di inizio secolo scorso, applicazione di questa teoria è errato in quanto il sistema dittatoriale è unidirezionale.
Solo negli anni 90, anche a seguito degli sviluppi applicativi della comunicazione di massa, si riconosce nella politica l’applicazione pratica delle teorie di Sighele.
Furono anni in cui dominava l’uso di sondaggi mirati a indagare nella sensibilità attuale del corpo elettorale, inteso non più come pluralità di singoli elettori. Il votante era considerato unità portatrice di una più vasta coscienza collettiva condivisa ed influenzabile. Questa metodologia di campagna elettorale ha consentito la gestione del potere in carenza di rappresentanza diretta, un problema rilevante per il conferimento del mandato agli eletti così come concepito dalla carta costituzionale.
Gli sviluppi della problematica non sono meramente giuridico-costituzionale, si badi che l’applicazione in sede locale e quindi particolare della ricerca di un leader che incarni quella che Sighele definiva “l’intelligenza della folla”, apre purtroppo al frazionamento della coscienza collettiva nazionale per l’enfatizzazione di quella locale.
Quale risultato avremo quindi dalle prossime battaglie elettorali regionali?
Un risultato già noto purtroppo, quello che il console Menenio Agrippa ci descrisse mirabilmente nel discorso alla plebe sul Monte Sacro.
Cercare il rappresentante col quale ci si può identificare costituisce la rottura del patto sociale dovuto alla inevitabile formazione di fazioni confliggenti.
Il logorio di una battaglia senza finalità pratiche (come quella tra i guelfi bianchi e neri nella Firenze del XIII secolo) da cui discende solo indifferenza per il bene comune e per la solidarietà sociale, conduce all’insofferenza del corpo elettorale nei confronti della classe politica tutta, non giudicata più in grado porsi degli obiettivi generali e comuni in quanto le istituzioni che occupa non sono più neutrali nei confronti dell’individuo.
Il rischio conseguente ce lo preannunci ancora Sighele in un famosissimo saggio “la folla delinquente” in cui la società umana viene suddivisa dal punto di vista intellettuale e morale in tante fazioni ove ogni capo ha i suoi gregari che ciecamente obbediscono … ma questo tipo di società è più immagine delle ambientazioni dei romanzi di Mastriani che di un paese che mira al progresso ed allo sviluppo dei suoi cittadini.
Il destino dell’eletto sarà purtroppo relegato al ruolo di un capo tribù, in barba alla manifestata ambizione di incarnare le vesti di leader maximo.

di Vito Vincesilao

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