Vent’anni fa moriva Giovanni Spadolini e in tanti allora ci sentimmo più soli. Se ne era andato un uomo che aveva amato e servito il paese con straordinario patriottismo. Un patriottismo sentito e interpretato sempre con nobiltà d’accenti.   Giornalismo, storiografìa, politica: furono i tré versanti lungo i quali per quasi settant’anni, dal 1925 al 1994, si era andata articolando e sviluppando una delle più spiccate personalità a vario titolo riconducibili al mondo liberale. (Anche al di là della stessa sua adesione al manifesto di Croce per l’unificazione liberale del ’51 a Torino). Tré versanti, però, incessantemente vissuti in un intreccio continuo: la storia narrata in modo scientifico, ma mai scissa dalla vita pratica, sempre sorretta dal concreto impegno politico. Si pensi a “II ’48. Realtà e leggenda di una rivoluzione”, apparso in occasione della ricorrenza centenaria delle barricate milanesi e agli elogi che al giovane autore inviarono numerosi storici, fra i quali Gaetano Salvemini. “Il libro è arrivato. Bellissimo! – gli scriveva il 5 maggio 1948 – Letto con vera gioia e consenso continuo. Condensa un’immensità di letture su fonti di prima mano e di pensiero”.   Sulla base di quei primi libri (e forse anche dalla collaborazione avviata col settimanale di Pannunzio e col quotidiano di Missiroli) si sarebbero dischiuse a Spadolini le porte della carriera universitaria. Nel novembre del 1950 Giuseppe Maranini, preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze, incaricò il venticinquenne Spadolini dell’insegnamento di Storia moderna. La battaglia che il giovane professore dovette combattere per trasformare de facto quella materia in Storia contemporanea fu duplice; egualmente diffidenti verso la nuova disciplina erano i “modernisti” e i “risorgimentisti” puri.   Il Risorgimento cui guardava Spadolini   era allo stesso tempo rivendicazione di un’eredità, nei suoi aspetti migliori e universali, e liquidazione di una retorica, quella che indulgeva alla storia come conciliazione degli opposti, quando invece le vicende italiane furono anche costellate da lotte e dissidi (fra Cavour e Garibaldi, fra Crispi e Giolitti e via dicendo). A scrivere sul Corriere della Sera Spadolini sarebbe stato invitato nel gennaio 1953 dallo stesso Missiroli, che ne aveva assunto la direzione pochi mesi prima. Vi svolse un lavoro simile a quello del redattore e dell’inviato speciale, impegnato nell’area della prima e della terza pagina: fra i suoi servizi si ricordano ancora (per capacità di sintesi e di analisi) quelli inviati dal Congresso nazionale della De, tenutosi a Napoli nel giugno 1954.   Nel febbraio 1968 Spadolini sarà il nuovo direttore del Corriere della Sera. Avrebbe lasciato il quotidiano nel marzo 1972, in seguito a una iniziativa della proprietà che lo sostituì in modo inaspettato e precipitoso. Di lì a poco il suo trionfale ingresso in Senato, a Palazzo Madama, nelle file del Partito repubblicano italiano.   La morte di Ugo La Malfa, avvenuta il 26 marzo 1979, privò poi il Pri della sua guida carismatica. Sicché molti repubblicani videro allora in Spadolini un nuovo segretario possibile e credibile. Venne eletto il 23 settembre 1979 e mantenne la segreteria anche durante il periodo della presidenza del Consiglio, affidando a Oddo Biasini compiti di coordinamento. Si accentuerà il ruolo di arbitrato e di mediazione fra De e Psi. Nacque in questa prospettiva la contemporanea presenza del Pri e del Psi nel secondo governo Cossiga, poi estesa con il governo Forlani al Psdi, per trovare poi il suo coronamento nei governi di pentapartito. Il che segnava il venir meno di ormai incomprensibili rivalità repubblicane nei confronti del Pii.   L’esperienza più importante dello Spadolini politico avvenne nel 1981, allorché nel pieno della crisi economica e morale, con il terrorismo dilagante, il presidente della Repubblica Pertini lo chiamò a formare il primo governo “laico”. C’era la volontà di instaurare un diverso rapporto con i partiti, riconfermandone in pieno il ruolo indispensabile, ma tentando di ridurne l’invadenza.   A maggior ragione questo atteggiamentc caratterizzò, dopo le elezioni del 1987, la sua esperienza alla presidenza del Senato, dove potè svolgere pienamente quella funzione super partes che gli era congeniale. La duttilità della mediazione, intesa nel senso alto del termine, non implicava peí lui rinuncia all’intransigenza sulle questioni di fondo, arrendevolezza sulle COSE che contano, compromesso a tutti i costi Come presidente di Palazzo Madama concentrò i suoi sforzi nella costruzione dell’immagine di un Senato impegnato in un lavoro continuo, faticoso, a volte oscuro ma produttivo di risultati legislativi signi ficativi, una istituzione di garanzia e di legittimità democratica.   Oggi il Senato attraversa una stagione che ne prevede una sorta di estinzione del proprio ruolo. A suo modo, è forse quel che capitò allo stesso Spadolini, quando nel 1994 aveva ceduto la presidenza a Carle Scognamiglio. Al giovane collega suo sue cessore, fino agli ultimi giorni di vita, non avrebbe negato collaborazione nell’opera di riorganizzazione della Biblioteca del Senato (qualche anno dopo intestata proprio a “Giovanni Spadolini”). Estrema testimonianza di quel suo liberalismo risorgimentale, più forte di ogni amarezza estraneo a ogni meschinità.

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