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In una Parigi martoriata e blindatissima si svolge in questi giorni un importante meeting, la XXI Conferenza delle Parti – COP 21 (sito web http://www.cop21paris.org/).
Tale meeting è organizzato dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), ed ha come obiettivo quello di giungere ad un accordo universale sul clima che coinvolga tutte le nazioni.
È proprio questo punto che rende questa conferenza probabilmente la più rilevante in maniera concreta, poiché coinvolge tutti i paesi maggiormente industrializzati, e quelli in rilancio economico.
I capi di 150 paesi al momento discutono su quanto fatto negli ultimi anni in materia ambientale, sulle attuali condizioni climatiche e sulle eventuali nuove strategie da adottare per far fronte ai marcati problemi di inquinamento che stanno portando gradualmente ad eventi meteo-climatici non più controllabili e sostenibili da parte dei diversi paesi coinvolti. Ma andiamo per ordine.
Per quale motivo l’attenzione è così fortemente focalizzata sui paesi in rilancio economico?
Spesso, in questi giorni, l’interesse generale viene convogliato su argomenti trattati nei dibattiti passati. Primo tra tutti il Protocollo di Kyoto. Questo trattato internazionale, entrato in vigore dieci anni fa, ha dettato le linee principali in materia di risparmio energetico, taglio delle emissioni serra, e riscaldamento globale. In termini poveri, con questo grande meeting per la prima volta, ogni azione di natura antropica veniva vista come potenzialmente nociva in termini di inquinamento, cioè in grado di portare ad un aumento del riscaldamento globale. Furono quindi dettate una serie di “regole” atte a produrre nel corso degli anni una reale diminuzione dei principali inquinanti immessi principalmente in atmosfera. Il problema, tuttavia, fu l’adesione dei diversi paesi a tali linee guida. Infatti, ne furono esclusi la Cina, l’India ed altri paesi emergenti dal punto di vista economico. Tali paesi, tuttavia, producevano una grossa fetta dell’inquinamento su cui si tentava all’epoca di agire.
Dunque cosa è successo in seguito?
Oggi, con la COP21 si discute soprattutto sulla ratifica di questi paesi, esclusi dal trattato di Kyoto. I giornali di tutto il mondo, infatti, proprio in questi giorni pongono l’attenzione sulle attuali condizioni atmosferiche in particolare delle grandi città cinesi. La maggior parte delle agenzie mondiali rilanciano ora dopo ora foto con scenari devastati da foschie dense di polveri sottili, che, come noto, sono tra le principali cause di malattie polmonari legate all’inquinamento.
Ci si chiede perché arrivare fino a questo punto, perché giungere ad un livello in cui risulta pericoloso anche passeggiare banalmente per strada. Interrogativi diffusi a cui si riesce difficilmente a dare una spiegazione basata su una logica comune, quella del buon senso. Eppure nel corso degli anni gli appelli non sono mancati da persone più o meno autorevoli, non ultimo il documentario “Una scomoda verità” il cui protagonista fu l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore, il cui impregno continuo in questo ambito gli valse l’assegnazione del premio Nobel per la Pace nel 2007. Tale documentario portò molto vicino alle coscienze della popolazione mondiale i reali pericoli derivanti dal riscaldamento globale, particolarmente evidenziati dal reale aumento dei fenomeni atmosferici catastrofici in diverse parti del mondo.
Eppure, nonostante i tanti appelli, dalla stesura del protocollo di Kyoto in poi, non furono apportate modifiche nei campi in cui erano già chiare le reali mancanze. Perfino nella riunione di Doha, del 2012, il trattato di Kyoto fu esteso soltanto temporalmente per i paesi che ne avevano già sottoscritto le linee guida, ma nulla fu fatto per i paesi emergenti.
Dunque oggi, con questa nuova conferenza, l’attenzione va direttamente su tali paesi. Ad oggi si cerca di indirizzare la produzione industriale in modo da abbattere le emissioni inquinanti, ma l’India sembra voler mantenere la propria linea di produzione che vede nelle industrie a carbone il motore dell’economia. La stessa posizione sembra essere condivisa dalla Cina, ad oggi il paese che inquina maggiormente, che pone le redini del processo di riduzione degli inquinanti nelle mani dei paesi più ricchi. Un estenuante tira e molla che nasce già in un clima internazionale sicuramente tra i meno sereni della storia moderna. Troppi interessi in gioco, poca diplomazia tra alcuni paesi già lontani dal punto di vista del dialogo per motivi diversi dal clima. Proprio in questo difficile scenario, tuttavia, deve nascere uno spirito di collaborazione, che sembra essere l’unico reale motore che può portare ad una effettiva riduzione del problema climatico. Solo quando i diversi colossi non guarderanno unicamente agli interessi singoli, ma anche a quelli comuni ci sarà un reale miglioramento.

Anna Fragliasso

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