2 Luglio 2023

INTERVISTA A JORGE MARTINEZ

Sono in fibrillazione: parlare davanti ad una telecamera mi innervosisce, farlo in diretta mi imbarazza, la povertà del mio spagnolo non mi rassicura. La prospettiva di un imprevisto mi irrigidisce al punto da rendermi un tronco di quercia secolare.

 

 

La mia prima intervista è con Jorge Martinez, artista argentino che ha costruito la famosa statua di Maradona a Buenos Aires.

A due tre anni  dalla morte del D10S, vado alla disperata ricerca di qualcosa di cui non si fosse già parlato e fortunatamente Jorge mi è corso in aiuto.

Attraverso il suo fare accogliente e rassicurante, la sua voce un po’ grattugiata dal tempo, scorgo una scatola nera contenente aneddoti sudamericani sospesi tra la storia dell’Argentina, il piccolo Maradona e la pittura impegnata. Capirai, io avevo un foglietto con quattro domandine sciape: stracciato. Una cascata in piena ricca di spunti.

Qual è la genesi della statua di Maradona?

Avevo già costruito una prima statua in granito a dimensione naturale come omaggio in vita al Diez. Un’opera collocata nella casa che l’Argentinos Juniors comprò per la famiglia Maradona, successivamente alla firma del primo contratto offerto al Diez. Per questo motivo mi è stato chiesto di costruire una scultura più grande, in fibra di vetro, resina e bronzo macinato, alta quasi 3 metri, situata di fronte alla Paternal. Mi ha emozionato molto l’inaugurazione perché non avrei mai immaginato avere tanta attenzione mediatica

Cosa rappresentava l’Argentinos Juniors per Maradona?

È stata la prima squadra per la quale Diego ha esordito quando aveva solo 15 anni. Fu il suo primo amore e si dice ancora oggi che con la “camiseta Roja” Maradona espresse il miglior calcio della sua carriera.

Il ricordo personale di Maradona?

Mio fratello giocava nelle giovanili dell’Argentinos e si allenavano spesso insieme. Diego era piccolissimo ma il talento era tale da essere convocato sempre dalla squadra maggiore di due categorie. Ricordo che, quando andavo a vedere mio fratello al campo, tra il primo e il secondo tempo, Maradona rimaneva sul terreno di gioco a palleggiare con un’abilità incredibile per un bambino di quell’età. Era veramente un piccolo mago.

 

 

Cosa rappresenta Maradona per la Storia dell’Argentina?

Maradona suscita grandi contraddizioni. Diego è passión. Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano diceva “és un Dio sucio”, un Dio umano pieno di contraddizioni. Rappresenta un sogno per adulti e bambini. Nacque in un luogo poverissimo e da lì arrivò sino in cima al mondo, senza mai rinnegare le sue origini, mostrando sempre la sua vicinanza alle persone umili.

Questo è il punto di contatto con i suoi anni napoletani. Diego era andato lì per lavorare, ma si rese conto che la disparità tra Nord e Sud costituiva una ingiustizia sociale molto dolorosa in Italia. Lui si fece carico di questo sentimento popolare con grande empatia, ribaltando gli equilibri sul campo da gioco, regalando al Napoli due scudetti e alla città, il riscatto. Pagò caro questo attacco al potere.

L’ingiustizia sociale è il filo conduttore che ha unito il discorso su Maradona con il tema più ampio del senso politico nella pittura sudamericana.

Da cosa ti lasci ispirare quando dipingi?

Ciò che mi preme di più è il racconto delle ingiustizie sociali che hanno colpito l’Argentina e il Sudamerica, la brutalità della dittatura e la tragedia dei desaparecidos, la forbice tra l’opulenza delle classi dirigenti e il pueblo dei campi. Sono un grande appassionato di pittori latinoamericani come Candido Portinari, Oswaldo Guayasamín, Antonio Berni e Juanito Laguna, artisti che hanno avuto il coraggio prendere posizione attraverso le loro opere perché  io non concepisco l’arte senza un compromesso.

Cosa ha significato per te il Mondiale del ’78, durante la dittatura di Videla…

Avevo 17 anni, cantavo chi non salta è un olandese con grande felicità ed ero convinto che fossimo i più forti. Ma quando l’Argentina andava a giocare in Europa, dagli spalti vedevo ondeggiare cartelli con scritto “L’Argentina es un campo de concentración”. L’apparato mediatico della dittatura ci faceva credere che quelle erano solo bugie e che nessun diritto umano sarebbe mai stato violato. Però, mentre festeggiavamo le gesta di Mario Kempes i sequestri erano all’ordine del giorno. Dall’inizio della dittatura oltre 500 bambini sono scomparsi. Di questi, 134 sono riusciti a recuperare la propria identità, tornando alle loro famiglie dopo molti anni.

Jorge abbassa gli occhi, la ferita, se non sanguina più, è profonda. Non sono abituato a questo genere di dolore. Cambio registro, forse in modo un pò forzato: lo invito a Napoli, gli parlo dei murales del D10S che tappezzano la città, del capello custodito come una reliquia al bar Nilo. Sorride, mi ringrazia, dice che gli piacerebbe costruire una statua anche al San Paolo. Ancora una volta serviva Maradona.

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