Nel 2011, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzò l’intervento militare in Libia. Due giorni dopo l’autorizzazione, gli Stati Uniti e gli altri paesi della NATO iniziarono a bombardare il paese. Sette mesi dopo, nell’ottobre 2011, le forze ribelli conquistarono il paese, uccidendo Gheddafi. Nell’immediato, il presidente Obama dichiarò : “Senza mettere un singolo uomodegli Stati Uniti sul terreno, abbiamo raggiunto i nostri obiettivi”. Già, ma quali obiettivi? L’obiettivo principale era spodestare Gheddafi e instaurare la democrazia. Un altro obiettivo, di certo non meno rilevante e collegato al primo, era neutralizzare un paese che poteva rivelarsi una seria minaccia per l’Europa e per l’occidente. Occorre ricordare infatti, che la Libia è stato il paese che ha fornito più foreign fighters alle organizzazioni terroristiche (in primis Al-Qaeda) durante la guerra in Iraq.
Tuttavia, col senno di poi, l’intervento di Obama in Libia è stato un misero fallimento. Oggi, dato il caos in cui versa il paese, è diventato un rifugio sicuro per le milizie affiliate con lo Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham (ISIS). Inoltre, la Libia non solo non è divenuta una democrazia, ma si è trasformata in un failed State. Un paese in cui ci sono oltre 1500 milizie che tentano di conquistare il potere, grande o piccolo che sia. Due governi, uno a Tobruk e l’altro a Tripoli. Nel mezzo, gruppi di jihadisti, che si stanno unendo sotto la bandiera nera dell’ISIS. Ora che fare? Tra le soluzioni, c’è di certo un intervento da parte dei “caschi blu” dell’Onu. Intervento che richiede una strategia. Appoggiare il governo di Tripoli o quello di Tobruk? Oppure, combattere entrambi occupando militarmente il territorio?
Un’altra soluzione potrebbe essere quella di esortare l’Egitto,l’Algeria e la Tunisia (anch’esse minacciate dal fondamentalismo islamico) ad intervenire a fianco del governo di Tobruk (l’unico governo riconosciuto dall’occidente), seguendo la strategia del “leading from behind”. Di certo occorre scegliere.
E’ ormai chiaro, di come le primavere arabe abbiano rotto il fragile equilibrio fra le potenze arabe, ora in lotta tra loro. Il millenario conflitto tra sunniti e sciiti è oggi più dinamico che mai. Paesi come la Turchia e l’Egitto, aspirano a diventare le prossime potenze regionali. Ecco perché, la soluzione alla matassa medio orientale e nord africana è tutt’altro che semplice. Il conflitto, è un conflitto inter-arabo. Proprio per questo, l’occidentedeve assolutamente scegliere da che parte stare. Quale obiettivo politico ci proponiamo? Finora le politiche sul fronte medio orientale della maggiore potenza occidentale, gli Stati Uniti, si sono caratterizzate per l’assoluta confusione. Fino a poche settimane fa, Obama continuava a ripetere che il principale nemico era Assad, di fatto combattendo su due fronti, contro l’Isis e contro il leader siriano.
Ecco perché, prima di pensare a come intervenire, pensiamo a che politiche vogliamo perseguire in medio oriente. Abbiamo già visto cosa ha comportato nel recente passato intervenire militarmente, con totale assenza di strategia sul cosa fare dopo. E’ bene ricordare infatti, che non si fa la guerra per la guerra, ma per la pace che segue ad essa. A patto però che si sappia che pace vogliamo.

di Piero De Luca

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